Sistemi informativi clinici: è ora di passare dalla raccolta dei dati all’automazione dei flussi di lavoro

Il focus dei sistemi attuali, anche di nuova generazione, è sui dati e sui documenti. Manca, salvo poche eccezioni, una visione orientata ai workflow clinici.

L’obiettivo di digitalizzare le informazioni cliniche viene di norma perseguito progettando e mettendo in esercizio sistemi, in primis le cartelle cliniche elettroniche, incentrate sul dato. Il concetto di sanità data driven è diventato molto popolare, tanto da essere citato ad esempio anche dal ministro della salute Roberto Speranza.

Per raccogliere i dati si disegnano allora form (o pagine se preferite) con cui ad esempio compilare l’anamnesi del paziente, svolgere l’esame obiettivo, rilevare i parametri vitali, prescrivere degli esami.

I menù delle cartelle cliniche elettroniche elencano una lista, più o meno lunga, di schede e funzioni con cui portare a termine questi compiti. Questa impostazione, molto comune, rispecchia l’organizzazione degli strumenti con cui raccogliere i dati.

Medici e infermieri svolgono dei processi in base ai compiti loro assegnati. Ad esempio quando il paziente viene ricoverato ci sono una serie di attività da svolgere sia da parte dei medici, sia degli infermieri. Lo stesso prima di un intervento, durante il giro visita, alla dimissione del paziente e così via.

Questi flussi di lavoro o workflow, se vogliamo definirli con il loro termine inglese, sono composti da una serie di attività per le quali è necessario consultare delle informazioni e registrane di nuove. Ad esempio l’anamnesi e l’esame obiettivo sono due attività che si svolgono all’ingresso del paziente in reparto (insieme a diverse altre).

La mera raccolta dei dati, senza alcun supporto e aiuto da parte dei sistemi clinici, viene spesso vissuta con frustrazione da parte di medici e infermieri che giudicano queste attività dei compiti amministrativi, magari da far svolgere al personale di segreteria. Spesso, parlando con loro, le vivono come tempo rubato al loro mestiere.

Per creare valore non soltanto per medici e infermieri, ma anche per le stesse aziende sanitarie, è necessario cambiare approccio. Bisogna automatizzare i flussi di lavoro, realizzando sistemi che rispecchino il lavoro che medici e infermieri svolgono. Sistemi intelligenti che ricordino e suggeriscano cosa fare, in grado di interpretare i dati e associarli a concetti clinici, ad esempio l’insufficienza renale o l’ipertensione, che facciano risparmiare tempo rispetto alle soluzioni oggi presenti nelle aziende sanitarie.

Per compiere questa trasformazione è necessario progettare sistemi basati su motori di workflow, integrati in modo nativo a Clinical Decision Support System, dotati di meccanismi di notifica evoluti. Questo passo però non è sufficiente. Occorre poi disegnare i flussi di lavoro più comuni, impostare in modo nativo i concetti clinici, definire gli eventi clinici.

Non basta, in altre parole, uno strumento versatile che abbia le caratteristiche appena descritte. Servono soluzioni complete, pronte all’uso, piuttosto che partire, ogni volta, da un foglio bianco.

So bene che qualcuno, a questo punto, penserà che ciò non sia possibile perché la cartella clinica elettronica deve essere personalizzata e adattata alle esigenze degli utenti. Questo però avviene proprio perché le soluzioni attuali sono spesso “neutrali” e incentrate sui dati. Più i sistemi sono specializzati, meno personalizzazioni occorrono.

C’è poi l’aspetto della certificazione del software (MDR). Se si vogliono sistemi evoluti, in grado di calcolare, aggregare, suggerire e avvisare gli utenti di eventuali rischi, è necessario certificare il software come dispositivo medico di classe IIA.

La trasformazione digitale della medicina richiede, prima di tutto, un cambiamento culturale dei professionisti e soprattutto dei tecnici che progettano soluzioni informatiche.

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