Perché la telemedicina non decolla nel SSN e, quando c’è, spesso non è a norma

Malgrado sia stata riconosciuta e normata, sono ancora poche le strutture sanitarie che la applicano correttamente nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.

Per molto tempo si è pensato che l’ostacolo principale alla diffusione della telemedicina fosse la mancanza di una normativa specifica e di un sistema di tariffazione.

Le norme, adesso, ci sono

A seguito della pandemia Covid-19 si è avuta una accelerazione e, nel dicembre dello scorso anno, il Ministero della Salute e la Conferenza Stato-Regione hanno emanato le linee guida sulla telemedicina con le regole per visite, consulti, referti e teleassistenza (qui trovate un ampio resoconto).

Diverse regioni hanno in seguito emesso proprie direttive su come applicare i criteri delle linee guida nazionali.

Eppure, malgrado tutto ciò, sono ancora poche le strutture sanitarie che offrono servizi strutturati di telemedicina, come riporta anche l’Osservatorio sulla Telemedicina Operativa dell’ALTEMS.

I medici non hanno il dono dell’ubiquità

Il principale collo di bottiglia è rappresentato dai medici. La consueta domanda di visite tradizionali, ossia in presenza, che già di norma supera la capacità di offerta e determina lunghe liste di attesa, si è ulteriormente ampliata a seguito della necessità di recuperare le visite che non state effettuata a causa del Covid-19.

Con il ritorno alla normalità, grazie al contenimento della pandemia, le agende delle strutture sanitarie sono già sature e, in questo contesto, è difficile trovare spazio per visite o consulti in telemedicina.

La televisita non richiede meno tempo di una visita tradizionale e non costituisce, di per sé, una soluzione al problema delle liste di attesa. La situazione è molto differente per le attività in libera professione o private dove, al contrario, la telemedicina sta avendo una buona diffusione, grazie al tempo extra che i medici possono – vogliono dedicare a queste pratiche.

Aggiungere una modalità per svolgere la pratica medica, se non si ampliano le risorse, è come tirare una coperta troppo corta.

La telemedicina, quando c’è, spesso non è a norma

In Italia, lo sappiamo, siamo bravi nell’arte di arrangiarci e di far fronte alle emergenze. È dunque comprensibile ed encomiabile lo sforzo che medici e tecnici hanno compiuto per cercare di assicurare visite e consulti ai pazienti che, causa Covid-19, non potevano recarsi fisicamente negli ambulatori.

Passata però l’emergenza, malgrado le linee guida, diverse strutture sanitarie erogano prestazioni in telemedicina in modo non conforme a quanto prescritto.

Ma cosa prevedono le linee guida nazionali?

In termini funzionali che le soluzioni di telemedicina gestiscano l’intero processo strutturato delle televisite e dei teleconsulti, cominciando dalla prenotazione e dall’adesione del paziente, per poi includere la refertazione, il pagamento delle prestazioni.

Per quanto riguarda i requisiti da rispettare le soluzioni adottate devono essere certificate come dispositivo medico, deve essere consentita la possibilità di condividere in modo sicuro la documentazione clinica, devono essere utilizzati strumenti / canali di comunicazione protetti con il paziente.

Le aziende sanitarie devono poi assolvere ad una serie di adempimenti, tra cui la nomina dei responsabili sanitari e tecnici per la telemedicina, l’impiego di personale qualificato, la formazione non soltanto del personale ma anche dei pazienti e dei loro care-giver, l’integrazione delle soluzioni con il FSE, per ultimo, ma non meno importante, la gestione della sicurezza informatica.

Quante sono le aziende sanitarie che assolvono questi adempimenti? In che misura?

Come riporta l’Osservatorio sulla Telemedicina Operativa dell’ALTEMS la situazione è poco confortante. Le soluzioni implementate sono in gran basate sull’utilizzo (anche congiuntamente, nel 30% dei casi) di diversi strumenti: telefono e posta elettronica (29%), sistemi commerciali (38%), piattaforme regionali (32%) e piattaforme di videocomunicazione web pubbliche (32%).

La maggior parte delle piattaforme regionali (quasi l’80% dei casi) sono dedicate a supportare il solo momento della televisita, costringendo al ricorso al telefono ed alla posta elettronica per le comunicazioni e lo scambio di documenti nella fase precedente all’incontro e nei follow-up successivi.

Solo il 48% delle soluzioni prevede il trasferimento di messaggi e documenti anche al di fuori del momento della televisita. E solo nel 30% dei casi tramite un ambiente unico e protetto, senza dover far ricorso a portali esterni per upload/download, (non immediati, più difficili per il paziente e spesso di difficile attuazione da uno smartphone e/o alla posta elettronica, con i conseguenti rischi in termini di comunicazione (es. email errate) e di sicurezza (es. intercettazione e/o errato recapito di documenti contenenti dati sulla salute).

Insomma, c’è davvero tanto da fare ancora. Servono soluzioni complete, integrate e certificate e, soprattutto, una riorganizzazione dei servizi per trovare la giusta collocazione alla telemedicina.

Una riflessione a parte spetta invece al telemonitoraggio che sarà oggetto di un successivo articolo.

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