
Il mero passaggio dalla carta al digitale ha un impatto modesto sulla risoluzione dei problemi della sanità. Per incidere in modo significativo bisogna ripensare il modo di curare e assistere le persone sfruttando a pieno le potenzialità delle tecnologie digitali.
La maggior parte degli sforzi e degli investimenti nella sanità digitale si sono focalizzati sulla trasposizione dei dati dalla carta al digitale. Nelle aziende sanitarie si sono introdotte cartelle cliniche elettroniche, sistemi diagnostici, repository dati, piattaforme di interoperabilità, mentre a livello regionale / nazionale si è investito tanto sul Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 – EDS, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, le Infrastrutture Regionali di Telemedicina, l’Anagrafe Nazionale. Tutti questi sistemi sono finalizzati alla raccolta e la condivisione di dati clinici. Sono, in altre parole, strumenti o infrastrutture al servizio di medici, principalmente, e infermieri che, tuttavia, non entrano nel vivo dei processi clinici né, tantomeno, dei percorsi di cura.
Non voglio affermare, sia chiaro, che i dati siano inutili. Lo sono certamente se, oltre a rappresentare delle informazioni, costituiscono la base, il pre-requisito su cui sviluppare delle soluzioni che realmente aiutino ad affrontare i problemi endemici della sanita: mancanza di personale, liste di attesa, qualità delle cure, coinvolgimento attivo dei pazienti. Tutti temi in cui, dobbiamo ammetterlo, i sistemi attuali incidono davvero poco.
L’accesso e la condivisione dei dati sono due vantaggi della digitalizzazione che non hanno un impatto diretto sulla scarsità di risorse, le inefficienze, i rischi e gli errori, l’efficacia clinica. Le grandi trasformazioni digitali che sono avvenute in altri settori si sono avute grazie alla automazione e l’ottimizzazione dei processi e al cambiamento radicale dell’interazione tra aziende e consumatori. Pensate, ad esempio, al settore manifatturiero, ma anche ai servizi come le banche o il mondo dei viaggi.
La sanità, malgrado gli investimenti in digitale, continua a operare con gli stessi modelli di trenta, quaranta anni fa. Ci sono stati alcuni cambiamenti, oggi possiamo richiedere una prenotazione o ritirare un referto online, fare in alcuni casi una visita a distanza, ma si tratta di facilitazioni che non impattano sui grandi temi della sanità. Il livello di automazione dei processi clinici è molto basso e circoscritto principalmente alla diagnostica strumentale. Gli strumenti per ottimizzare i processi e i percorsi clinici sono una rarità. La relazione con i pazienti è discontinua, non organizzata, priva di piattaforme e strumenti ad hoc. Le app e i portali si basano su modelli antiquati, passivi.
In un contesto in cui lo squilibrio tra domanda e offerta è sempre più marcato, dove è difficile disporre di maggiori risorse, sia professionali, sia finanziarie, la priorità degli investimenti nel digitale dovrebbe essere nell’automazione e l’ottimizzazione dei processi, nella relazione con i pazienti. Servono nuovo strategie basate su una visione ampia del digitale, capacità e determinazione nel comprendere come supportare i professionisti sanitari per fare di più e meglio, aiutare le persone a essere più consapevoli ed efficaci sulla propria salute. Uscire insomma dalla comfort zone e dai soliti schemi, per costruire un nuovo modello di sanità “phygital“.
Per compiere questo cambio di paradigma non possiamo sperare che lo faccia, al nostro posto, l’intelligenza artificiale. Non basta inserire nei capitolati tecnici un paragrafo in cui si chiede al fornitore di offrire serviiz basati aull’AI o affermazioni generiche sull’ottimizzazione dei processi. Dobbiamo governare la trasformazione digitale, concepire e costruire nuovi modelli, comprendere come utilizzare l’AI per aumentare la capacità e l’efficacia dei servizi sanitari.
C’è tanto lavoro da fare, insieme.
Sono completamente d’accordo