
Malgrado la sua denominazione, il modello sanitario attuale è basato principalmente sull’erogazione di prestazioni.
Produzione, volumi, tempi, sono tre grandezze con cui siamo abituati a misurare l’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario. Derivano dal modello in uso che è principalmente basato sulle prestazioni, ossia la capacità di erogare visite, esami e ricoveri ospedalieri in risposta alla domanda dei cittadini.
È un modello incentrato sull’ospedale e basato su un’organizzazione strutturata per reparti e servizi, ciascuno dei quali è un’unità a sé stante, un silos funzionale. È il paziente che deve adeguarsi al sistema e comprendere come ricevere le cure di cui ha o potrebbe aver bisogno.
I sistemi di monitoraggio e controllo, ad esempio il sistema TS o NSIS, misurano prestazioni, tempi, costi. Sono questi i criteri con cui valutiamo la bontà o meno di un servizio sanitario. Poniamo ad esempio grande attenzione ai tempi di attesa senza però considerare il reale impatto che questi hanno sulla salute delle persone, senza discernere la domanda inappropriata da quella appropriata.
È insomma un modello per i pazienti, nel senso etimologico originale di “persona che soffre”, pensato per dare una risposta di cura alla malattia che è centrale rispetto alla persona. Eppure il nostro sistema, nato nel 1978, è denominato Servizio Sanitario Nazionale. Nella nostra vita quotidiana usufruiamo e paghiamo una grande varietà di servizi, non soltanto le forniture di acqua, luce, gas. Molti beni che una volta acquistavamo come prodotti sono oggi offerti come servizi come, ad esempio, l’intrattenimento (musica, film), le auto, i viaggi, i beni di consumo e tante altre cose ancora. Un vero e proprio cambio di paradigma che ha modificato la relazione tra utente-cliente e fornitore. Il cliente non è colui che compra ma una persona che ha esigenze, desideri e che cerca un’esperienza gratificante.
La sanità, malgrado i proclami e le buone intenzioni, è ancora impermeabile a questo cambiamento. Prevale un atteggiamento di medicina paternalistica non soltanto nella sanità pubblica ma persino in quella privata che, in teoria, dovrebbe essere più aperta a una trasformazione verso una medicina dei servizi.
È ingenuo pensare che la trasformazione digitale della sanità possa, da sola, determinare la trasformazione della sanità verso un modello basato sui servizi. Bisogna invece partire da questa e usare le tecnologie digitali per supportare il cambiamento che è prima di tutto culturale e poi organizzativo. Certamente servono nuovi strumenti digitali per gestire i percorsi di salute, abilitare delle reti professionali per impostare un’organizzazione per bisogni e percorsi, misurare gli esiti e il valore, coinvolgere attivamente le persone.
Il DM77 fornisce il quadro normativo e organizzativo di riferimento per la trasformazione dei servizi territoriali con una logica di medicina pro-attiva orientata al benessere e alla salute. L’attenzione delle aziende sanitarie e delle regioni si è però concentrata prevalentemente sulle strutture di prossimità (case e ospedali di comunità, COT), anche perché legate alle milestone PNRR, molto meno ai modelli previdenziali e assistenziali che il decreto prevede, anche per il problema della carenza di personale.
Il rischio, molto concreto, è di avere tante nuove strutture di prossimità dove erogare prestazioni sul territorio, senza un reale cambiamento di paradigma. Cambiamento, che è bene sottolineare, non riguarda soltanto il territorio ma deve interessare anche l’ospedale, con un approccio integrato. È necessario compiere un grosso sforzo per ripensare l’intero modo con cui riorganizzare e utilizzare le competenze e le risorse del servizio sanitario e il modo con cui offrirli alle persone attraverso dei percorsi integrati.