La perfezione o niente: l’atteggiamento che frena l’innovazione

Anche in situazioni di crisi o di emergenza, come quella che stiamo vivendo per il Covid-19, non viene meno l’abitudine di respingere tutto ciò che non è efficace al 100%, enfatizzandone i limiti e i possibili problemi.

Le cattive abitudini sono dure a morire. Il sottile piacere di criticare tutto ciò che non parte da noi o che ci vede protagonisti se da un lato soddisfa l’ego e aumenta l’auto-considerazione di noi stessi, genera però immobilismo e complica qualsiasi processo di miglioramento e innovazione.

Persino in situazioni di emergenza o di difficoltà, questo atteggiamento prevale su qualsiasi ragionamento di buon senso.

Appena si presenta una soluzione o un provvedimento che si vuole adottare per risolvere un’esigenza importante, parte il fuoco incrociato di esperti, pseudo-esperti, critici a prescindere che con grande piacere identificano i limiti e i problemi reali o presunti tali.

Di solito in questa revisione critica non c’è alcuna valutazione sul reale impatto del limite o della mancanza trovata. Anche se la soluzione soddisfa l’80% dei casi, risolvendo così un’esigenza importante e un aspetto critico, il 20% mancante è per costoro una buona ragione per respingere la soluzione e non fare nulla.

Quasi sempre poi manca una proposta alternativa o un atteggiamento propositivo volto a migliorare ciò che altri hanno pensato e magari realizzato. O tutto o niente, o la perfezione o è meglio lasciar perdere, rimanere nella situazione attuale.

Mi capita spesso nel mio lavoro di presentare delle soluzioni innovative che vanno ad affrontare ambiti non coperti da alcun sistema in cui c’è poca efficacia o vi sono rischi di cui gli utenti sono consapevoli. All’inizio della presentazione prevale la curiosità e l’interesse verso una soluzione che in effetti risolve la maggior parte dei loro problemi. A un certo punto però qualcuno inizia a chiedere se la soluzione proposta è in grado di risolvere anche quel “particolare caso” che gli è venuto in mente; se la risposta è negativa scatta l’atteggiamento che vi ho descritto. Il caso particolare diventa l’aspetto più importante dei loro problemi, questione di vita o di morte.

Non mi stupisco quindi di constatare e sperimentare io stesso come questo comportamento stia complicando la lotta al Covid-19. Prendiamo il caso dell’app Immuni. Certamente non è la soluzione perfetta, io stesso ho, su questo blog, evidenziato i limiti tecnici che presenta (precisione, compatibilità, modello di funzionamento) ma, tuttavia, può fornire un aiuto nel processo di contact tracing che, svolto manualmente, non è in grado di reggere il numero di casi che stiamo riscontrando.

Funziona solo con l’80% degli smartphone? Non ha una precisione del 100%? Poco male, se può dare un contributo al contact tracing allora è utile. Se applicassimo lo stesso criterio ai tamponi e ai test sierologici non avremmo alcuno strumento diagnostico perché anche questi, specie i secondi, hanno dei margini di errore.

Un altro esempio. Sarebbe utile avere un sistema che descriva la rete di relazioni delle persone, riportando la composizione dei nuclei familiari, indicando dov’è queste vanno a scuola o lavorano, magari quali luoghi frequentano. Chiaramente è molto difficile reperire queste informazioni e anche gestire l’aspetto privacy. Non ci sono tutte le informazioni? Allora meglio non fare nulla.

Con questo non voglio dire che bisogna essere acritici e salutare con entusiasmo qualsiasi soluzione o innovazione. Chi legge questo blog sa che l’innovazione di valore è un tema che mi è molto caro e in cui credo profondamente. Il miglioramento e l’innovazione non avvengono però a step del 100%, ma per incrementi successivi, assicurando comunque dei benefici che permettono poi, risolti i problemi più comuni, di affinare le soluzioni e coprire un numero sempre maggiore di casi.

La voglia o la pretesa della perfezione hanno effetti controproducenti. Occorre essere pragmatici e affrontare i problemi con senso logico.

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