Innovare senza cambiare, il paradosso della sanità digitale

Stiamo utilizzando il digitale per passare dalla carta all’elettronico, una trasposizione digitale che non altera i processi che sono gli stessi di trent’anni fa, mancando così le opportunità che potremmo cogliere se ripensassimo la sanità in chiave digitale.

Quale impatto hanno avuto le tecnologie digitali sul modo di curare e assistere le persone? La ricetta elettronica segue esattamente le stesse regole e i limiti di quella cartacea. Il Fascicolo Sanitario Elettronico riproduce in digitale la consultazione dei documenti cartacei. I sistemi diagnostici riproducono esattamente il formato e il contenuto dei referti cartacei. Le cartelle cliniche elettroniche sono basate su form che ricalcano i moduli prestampati cartacei.

Ciò che è cambiato è il mezzo, dalla carta all’elettronico, una trasposizione digitale che non altera i processi che sono gli stessi di trent’anni fa. Certamente da questa evoluzione abbiamo ottenuto dei vantaggi. Posso ottenere una ricetta o un referto a distanza, accedere ai documenti clinici senza dover spostare la carta. Ma volendo fare un parallelo con la diagnostica medica che, grazie al digitale, ha trasformato il modo di operare dei medici che dispongono di strumenti molto più efficaci di prima, l’introduzione del digitale nella pratica clinica non ha trasformato la sanità. Il digitale è un supporto a processi e modalità organizzative nate decenni fa quando il digitale non c’era.

La sanità analogica si basava sulla compresenza di medico e paziente o medico – medico, nello stesso luogo fisico, nello stesso tempo. Le informazioni venivano veicolate attraverso documenti cartacei. La conoscenza del paziente e quella medica erano frammentate e separate tra i diversi professionisti (MMG, specialisti, etc..).

Con l’introduzione del digitale abbiamo sostituito i documenti cartacei con quelli elettronici e realizzato alcune infrastrutture per la condivisione degli stessi (sistema TS, FSE).

Non è cambiato il paradigma, la conoscenza medica rimane frammentata. Se pensiamo ai PDTA, possiamo osservare come questi siano una sequenza di attività e azioni che vengono svolti in modo isolato, senza alcuna reale osmosi tra i professionisti.

Abbiamo migliorato e resa un po’ più trasversale la conoscenza del paziente, attraverso la condivisione dei suoi documenti sanitari che però non descrivono per intero la sua storia clinica, sociale, lavorativa.

Per beneficiare delle potenzialità del digitale dovremmo ripensare la sanità, partendo proprio dal paradigma delle cure.

Grazie alle tecnologie digitali è possibile infatti “rompere” il trinomio presenza – luogo e tempo immaginando nuove modalità e modelli di cura non soltanto circoscritti ai tradizionali ambiti di utilizzo della telemedicina. Ma, soprattutto, è possibile integrare e condividere la conoscenza medica, integrando i processi così da realizzare dei PDTA digitali che includano MMG e specialisti. Su questo tema ho scritto di recente un articolo su INNLIFES a cui vi rimando per ulteriori approfondimenti ed esempi.

Il digitale permette di rivedere i percorsi di cura, renderli più efficienti ed efficaci, realizzare una vera integrazione MMG – ospedale che è la chiave di volta per migliorare l’assistenza e la cura. Ciò che serve non è una sanità di prossimità, più comoda per il paziente ma che ripresenta e amplifica i problemi della sanità odierna, ma una sanità integrata in grado di connettere le conoscenze e ottimizzare l’uso delle risorse disponibili.

È questa la vera sfida della sanità digitale. Essere passati dalla carta al PDF, senza cambiare le modalità organizzative, è poca cosa.

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