Perché i CUP non risolvono il problema delle liste di attesa

La centralizzazione e la condivisione delle agende non basta per risolvere il fenomeno che hanno anche le regioni che hanno il CUP da molti anni.

Ogni piano o decreto per le liste di attesa – compreso l’ultimo – include, tra le ricette per risolvere il problema, la realizzazione di un CUP regionale.

Per prima cosa dobbiamo osservare che anche le regioni che hanno il CUP da molti anni hanno liste di attesa molto lunghe. L’idea – meglio dire la speranza – che la centralizzazione e la condivisione delle agende possa accorciare le liste di attesa si basa sulla convinzione che ci siano, nelle strutture pubbliche e in quelle convenzionate, sacche di disponibilità per visite e esami che oggi sono inutilizzate e che invece, messe a fattor comune, consentirebbero di ridurre le attese.

È una convinzione che contrasta con la crescente carenza di medici specie in alcune branche specialistiche e l’esperienza di chi prova a cercare per proprio conto un appuntamento con il Servizio Sanitario Nazionale; ben diverso è il risultato se si ricorre all’intramoenia o se i paga di tasca propria, ma questo è un altro discorso che nulla a che fare con le liste di attesa SSN.

In aggiunta al CUP si cerca poi di aumentare l’offerta ricorrendo ad orari extra o ad aperture nel fine settimana, anche questa una ricetta già in uso in alcune regioni senza grandi miglioramenti. Il collo di bottiglia è costituito dal personale che già spesso svolge molti straordinari; è il problema della coperta corta che se tiri da un lato scopri un altro.

Non si riesce o forse non si vuole provare ad agire in due direzioni:

  • Governare seriamente la domanda, filtrando le richieste di visite ed esami (ne ho parlato qui);
  • Rendere più efficaci i percorsi diagnostici, riducendo e evitando le visite specialistiche interlocutorie, quelle cioè che servono solo per inquadrare il problema e prescrivere gli esami necessari per confermare la diagnosi e definire la terapia (ne ho parlato qui).

Tentare di agire sulla capacità di offerta, sulla quale i margini di manovra sono davvero ristretti, senza riorganizzare, grazie al digitale, i processi di prescrizione e diagnosi e senza incidere in modo significativo anche sulla domanda, non porta alcun risultato utile. Se infatti analizziamo i risultati che i vari piani, fin qui varati, hanno prodotto, ci rendiamo conto che non c’è stato alcun miglioramento delle liste di attese.

Perché allora insistere, sperando che questa sia la volta buona? Perché non impariamo dalle esperienze che abbiamo vissuto? Forse perché governare la domanda è impopolare o riorganizzare i percorsi diagnostici è complicato?

2 thoughts on “Perché i CUP non risolvono il problema delle liste di attesa

  1. Stefano Farina 13 Agosto 2024 / 16:21

    Il problema delle liste di attesa è sostanzialmente un problema di domanda come direbbe un economista: ce n’è troppa rispetto all’offerta di servizi di cura. Quindi di conseguenza si alza il prezzo (medicina privata) e comunque si arriva alla saturazione delle risorse disponibili.
    Se ne esce solo:
    1-aumentando l’offerta. Più medici, meglio pagati, più orari disponibili.
    2-diminuendo la domanda: come si suggeriva, evitiamo esami inutili, rivediamo il ruolo del medico di base, facciamo percorsi diagnostici e screening pianificabili.
    3-ottimiziamo le risorse: il CUP serve a questo punto, insieme al fascicolo sanitario e l’interoperabilità degli specialisti e dei centri medici.
    Ecco: il ruolo del medico di base potrebbe essere quello di regista dei percorsi diagnostici, supervisionando e orchestrando le attività specialistiche.

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