
Malgrado i CUP e le piattaforme web abbiamo una conoscenza limitata della domanda, soprattutto di quella inevasa, e della sua appropriatezza. Gli strumenti per migliorare questi aspetti ci sono, serve la volontà di adoperarli.
Nei precedenti rticoli (il primo e il secondo) avevo condiviso qualche riflessione su quanto e come stiamo utilizzando le tecnologie digitali per affrontare le criticità della sanità e mi ero soffermato sul Pronto Soccorso, raccontando l’esperienza inglese del 111.
Affrontiamo adesso il problema delle liste di attesa del Servizio Sanitario Nazionale che tocca i ricoveri, le visite specialistiche e le prestazioni diagnostiche, focalizzandoci sulle seconde due. Quale conoscenza abbiamo della domanda? Le informazioni che abbiamo riguardano soltanto la domanda che trova riscontro in una prenotazione, a carico del SSN o in regime di intramoenia. Tutti i contatti – telefonici o web – che non danno seguito a prenotazioni, perché le date proposte sono troppo in là nel tempo, i costi troppo alti, le agende chiuse o non è disponibile la visita o l’esame richiesto, vengono persi. Abbiamo una conoscenza indiretta e parziale di questa domanda attraverso l’analisi della spesa privata e stime approsimative sul numero di persone che, non potendo affrontare la spesa, rinunciano a curarsi. Dal punto di vista tecnico è veramente banale raccogliere queste informazioni, sarebbe sufficiente un menù di opzioni che il paziente stesso (prenotazione sul web) o l’operatore del CUP (prenotazione telefonica) potrebbero selezionare e la registrazione dei dati disponibili. Avremmo così informazioni più puntuali sulla domanda inevasa.
La strategia sul contenimento delle liste di attesa è in larga parte incentrata sull’aumento dell’offerta malgrado ci siano studi e dati che indicano la presenza di inappropriatezza sia a livello di priorità, sia a livello di prescrizione vera e propria. Ci sono stati in verità diversi tentativi per limitare questo fenomeno, come ad esempio il “Decreto Appropriatezza” del Ministro Lorenzin del dicembre 2015 o il metodo RAO (Raggruppamenti di attesa omogenea) di Agenas che definisce dei criteri per l’assegnazione della corretta priorità delle prestazioni specialistiche.
Alcune regioni hanno sviluppato dei sistemi per misurare l’appropriatezza e, in un caso, anche a “correggere” la classe di priorità assegnata, intervento che ha suscitato molte contestazioni da parte dei medici e l’intervento del Garante della Privacy. Questi sistemi operano, utilizzando anche tecnologie di intelligenza artificiale, leggendo e interpretando il quesito diagnostico e confrontandolo con i criteri RAO. In questo articolo potete trovare una spiegazione dettagliata di come funzionano questi sistemi.
Nella maggior parte delle regioni mancano sistemi per l’analisi dell’appropriatezza prescrittiva che, è bene precisare, non dovrebbe riguardare soltanto le prestazioni che sono state prenotate e poi eseguite. Esiste anche il fenomeno dell’inappropriatezza di tutte quelle visite e degli esami che sarebbe bene eseguire e che non vengono richieste, ad esempio per i pazienti cronici. In altre parole il focus è sulla medicina di attesa e non riguarda quella di iniziativa. Ci si preoccupa se le risorse disponibili sono impiegate in modo corretto senza una visione olistica del concetto di salute, non considerando gli effetti sul Servizio Sanitario Nazionale delle patologie trascurate o non gestite correttamente.
Una conoscenza approfondita dei bisogni di salute, espressi (domanda evasa) e non espressi (non domanda) è essenziale per qualsiasi ragionamento su come distribuire e impiegare le risorse che ci sono. È quindi necessario ampliare gli orizzonti e non limitarsi ad analizzare le prescrizioni attraverso il solo quesito diagnostico. Ma come perseguire questo obiettivo? Quali sono i vincoli, ad esempio la privacy, e come è possibile superarli? Rimanete in contatto!
3 – Continua
One thought on “Comprendere la domanda per ridurre le liste di attesa”