
Non dipende dalla scarsa conoscenza della sua esistenza né dalla poca poca comprensione della sua reale utilità.
Incompresi. È il triste destino di tanti innovatori che sono convinti che l’insuccesso delle iniziative che hanno o stanno realizzando dipenda dalla poca conoscenza e dalla scarsa attitudine al cambiamento degli utenti. È il sentimento prevalente di direttori generali, responsabili dei sistemi informativi, funzionari e digerenti di regioni e agenzie nazionali quando parlano di cartelle cliniche elettroniche, portali, Fascicolo Sanitario Elettronico.
Bisogna dunque formare, educare gli utenti per far comprendere loro l’utilità di questi strumenti digitali; solo così si potrà finalmente veder riconosciuto il valore delle soluzioni realizzate. Ecco che allora si stanziano 330 milioni di euro nel PNRR per formare gli operatori sanitari all’uso del FSE 2.0 (ma non i cittadini).
È una convinzione radicata che osservo ogni qual volta ascolto i protagonisti della “rivoluzione digitale” della sanità commentare i risultati ottenuti e declamare i loro propositi per risolvere il problema. Un atteggiamento paternalistico e classista che ritiene in fondo gli utenti poco “intelligenti” e meritevoli dunque di supporto. Non li sfiora il dubbio che l’insuccesso dipenda dalla poca utilità di ciò che hanno realizzato, cosa impossibile perché loro hanno fatto innovazione digitale che, come tale, è utile di per sé.
Eppure la storia dell’innovazione digitale è piena di esempi di soluzioni e strumenti che si sono diffusi velocemente senza che nessuno li “spingesse”, grazie al passa parola e al riconoscimento della loro reale utilità. Senza corsi di formazione, campagne di comunicazione, progetti di change management.
Il successo di qualsiasi iniziativa dipende dal valore che essa genera, valore che deve essere tangibile, immediato, comprensibile a tutti in modo semplice, senza la necessità di mediatori culturali. Le persone e gli operatori professionali adoperano scarsamente il FSE perché è poco utile. I numeri che si declamano per dimostrare il contrario sono male interpretati, non saprei dire se in buona o cattiva fede, e condizionati dal bias cognitivo che ne è alla radice.
L’indicatore che andrebbe utilizzato per misurare l’utilità del FSE per gli operatori professionali è il rapporto tra visite / accessi al FSE, non che percentuale di medici hanno fatto accesso almeno una volta nel mese al FSE. Questo dato non indica nulla ed è fuorviante. Oppure bisognerebbe chiedere a medici e pazienti cosa ne pensano del FSE, se e quanto lo ritengono utile nel loro lavoro o nella gestione della propria salute (indagine qualitativa).
È più semplice dare la colpa agli utenti, pensare che in fondo è solo una questione di tempo prima che questi comprendano l’utilità di ciò che è stato realizzato; i grandi progetti e le grandi innovazioni richiedono tempo per affermarsi. Illudersi è facile e comodo.