
L’adozione sistematica della telemedicina non può prescindere da un serie di aspetti che devono essere considerati e pianificati. La telemedicina non è solo una tecnologia.
Il rischio di trasformare la telemedicina in un totem tecnologico in grado di rendere più moderno ed efficace il sistema sanitario è assai elevato. Spinti dall’entusiasmo molti medici, tecnici e persino associazioni di pazienti, ritengono che l’adozione, sic et simpliciter, della telemedicina sia di per sé un vantaggio indiscutibile che va perseguito senza indugi.
Se non vogliamo ripetere, anche con la telemedicina, gli stessi errori che abbiamo già commesso con altre tecnologie e paradigmi medici, è necessario collocare questa pratica nel contesto complessivo del sistema sanitario. In altre parole la telemedicina non è il fine, ossia un’innovazione fine a sé stessa, ma può essere uno strumento con cui realizzare un’innovazione di valore.
Bisogna dunque partire dagli scenari che disegnano la sanità del futuro e comprendere come la telemedicina possa giocarvi un ruolo abilitante o, in alcuni casi, essere determinante.
In funzione degli scenari bisogna poi definire i modelli per realizzarli. Modelli che riguardano gli aspetti clinici, assistenziali e organizzativi.
Solo dopo aver definito i modelli è possibile individuare gli strumenti che sono necessari e che possono riguardare le infrastrutture, i dispositivi, le applicazioni.
Dai modelli discende poi l’insieme di regole che devono essere definite o soddisfatte per far sì che le soluzioni prescelte siano conformi alle normative e coerenti con i ruoli e le responsabilità professionali che ne derivano. Il cambio di paradigma del modo di fare medicina solleva infatti una serie di problematiche che nei modelli tradizionali non sono presenti, ad esempio il concetto di “presa in carico continua” che la telesalute comporta.
La telemedicina tocca poi i professionisti, chiamati ad utilizzarla, ma anche i pazienti che ne devono usufruirne o che, a loro volta, ne sono utilizzatori. Non bisogna dare per scontato che tutti costoro siano in grado di affrontare, da soli, questo cambiamento. Occorre informazione, formazione e sostegno se vogliamo evitare di accrescere il gap che già esiste tra la persone.
In aggiunta a tutto ciò bisogna poi affrontare il tema della sostenibilità della telemedicina. Come e dove reperire i fondi per finanziarla? Quali tariffe applicare? Se vogliamo considerare la telemedicina nell’accezione più ampia del termine e non limitarci quindi alle televisite, come molti stanno facendo, dobbiamo allora impostare dei tariffari che includano tutta una serie di nuove prestazioni o di sotto-prestazioni.
Dovendo reperire risorse addizionali è però indispensabile ragionare sul valore che i modelli basati sulla telemedicina possono determinare: quali benefici, che risparmi possono consentire. Non si può ignorare, come molti fanno, il problema, pensando che la telemedicina sia di per sé conveniente per il sistema sanitario. Possono certamente esserlo alcuni modelli, a patto però che questi siano ben impostati e che producano sinergie con il sistema sanitario attuale. Occorre quindi individuare degli indicatori con cui misurare prima e valutare dopo l’impatto di questi nuovi modelli.
Per ultimo c’è poi il mercato. Serve un processo di qualificazione della domanda e la messa a punto di modelli di procurement che vadano nella direzione di generare valore per il sistema sanitario. L’offerta deve ripensare i propri prodotti e i servizi evitando di progettare isole o silos a sé stanti, staccati dai sistemi informativi aziendali o regionali. L’interoperabilità non deve essere un addendum ma parte integrale delle architetture di queste soluzioni e basarsi sugli standard più moderni (HL7 FHIR). Anche la qualità deve essere migliorata e portata a livello di prodotti industriali.
