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Come può la digitalizzazione aiutare la sanità pubblica?

Come possiamo impiegare le tecnologie digitali per ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta? Progettando degli “automi digitali” che possano svolgere alcuni compiti a basso rischio o che permettano di impiegare meno tempo in altri che oggi fanno i medici o gli infermieri.

È opinione comune che la digitalizzazione sia una leva strategica per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale. La digitalizzazione dei processi può, ma non è scontato, generare valore per i professionisti sanitari, i cittadini, il sistema sanitario. Su questo tema ho scritto diversi articoli, che potete ad esempio trovare qui oppure a questo link o ancora qui. Non ripeterò quindi una serie di concetti che ho già espresso e che purtroppo non trovano spesso applicazione negli investimenti e nei progetti di sanità digitale.

La riflessione che voglio invece fare oggi riguarda dove andrebbe indirizzata e come dovrebbe essere utilizzata la digitalizzazione. La grande maggioranza dei progetti riguarda il supporto ai processi sanitari con una forte enfasi sugli aspetti gestionali, meno su quelli clinici e assistenziali. Il digitale è uno strumento a supporto dei professionisti sanitari per aiutarli a inserire e accedere alle informazioni, generare liste e flussi di lavoro, produrre report e file. Anche i sistemi più avanzati, come ad esempio i CDSS, sono comunque strumenti di supporto ai clinici. Molto poco si fa per i pazienti, malgrado da anni si parli di metterli al centro del SSN.

Manca la visione e la prospettiva di creare sistemi per sostituire i professionisti sanitari in alcuni compiti sebbene il SSN sia in profonda crisi per carenza di medici e infermieri e per lo squilibrio ormai profondo tra la domanda e l’offerta. È naturalmente comprensibile che parlando di sanità e di medicina ci sia molta difficoltà nel considerare l’ipotesi che, come è avvenuto in tutti i settori industriali e di servizi, si possano utilizzare “agenti” o “sistemi” per compiere alcuni compiti. Esiste una linea, per molti invalicabile, tra ciò il digitale può fare e ciò che invece è esclusiva prerogativa dell’essere umano.

Eppure ci sono diversi ambiti in cui affidiamo la nostra vita a macchine e a sistemi digitali, come ad esempio l’atterraggio strumentale di un aereo in condizioni di bassa visibilità (ci sono i piloti ma questi si basano su tecnologie e strumenti digitali, quando non all’auto pilota), la guida assistita e autonoma delle automobili (ormai ci siamo), lo stimolo cardiaco di un pacemaker per rimanere in ambito medico.

Non sto parlando di affidarci completamente a “medici digitali” o a “infermieri digitali” ma di iniziare a progettare e utilizzare degli “automi digitali” che possano svolgere alcuni compiti a basso rischio o che permettano di impiegare meno tempo in altri: il self-triage per indirizzare il paziente nel corretto setting o ridurre i tempi di attesa al pronto soccorso; l’educazione e il care management di pazienti cronici o in follow-up di ricovero; la conferma di una terapia; la risposta a quesiti semplici e così via.

Passare cioè dalla logica del supporto a quella dell’ambito operativo così da aumentare l’efficienza dei professionisti sanitari e assistere e curare un numero maggiore di pazienti a parità di risorse. È ciò che è avvenuto nelle fabbriche, dove i robot non hanno rimpiazzato gli operai ma hanno consentito di aumentare la produttività, nell’agricoltura, nelle aziende di servizi. È vero, la sanità e la medicina sono più complesse ma ciò non vuol dire che non si possano impiegare le tecnologie digitali per svolgere alcuni compiti.

Ribadisco, non si tratta di sostituire medici e infermieri, ma di dotarli di strumenti digitali, da loro visionati e monitorati, che possano aiutarli a fare di più e magari meglio. L’alternativa è assistere, impotenti, al crollo del Servizio Sanitario Nazionale e all’aumento della diseguaglianza tra chi può ricorrere alla sanità privata e chi invece no.

Buon 2024!

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