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I ritardi cronici dei progetti di sanità digitale

Non c’è progetto che non accumuli un forte ritardo rispetto alle tempistiche originarie. Genesi di un fenomeno italiano a cui, talvolta, si sopperisce con la nostra immancabile “creatività”.

C’è un filo conduttore che unisce tutti i progetti di sanità digitale: il ritardo. L’Anagrafe Nazionale Assistiti, il Fascicolo Sanitario Elettronico, la Telemedicina, la Digitalizzazione dei DEA, sono tutti in ritardo rispetto alle tempistiche originarie che spesso vengono spostate di volta in volta, per essere ancora riprogrammate più in avanti.

Ma perché avviene tutto ciò? Quali sono le cause e le dinamiche che sembra siano inevitabili? Proviamo a dare qualche risposta.

La causa iniziale è la sottovalutazione dell’ambito che si vuole digitalizzare, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista normativo, privacy e non solo, sia infine dal punto di vista organizzativo. Chi definisce questi progetti ha poca consapevolezza della complessità del problema che deve affrontare. O, se ce l’ha, preferisce ignorarla perché ci sono tempistiche prefissate (vedi PNRR) o pressioni affinché i tempi di realizzazione siano in linea con le aspettative politiche.

La sottovalutazione nasce da due aspetti: il poco tempo a disposizione per un’analisi approfondita e l’assenza di un metodo multidisciplinare che preveda la presenza di tutti gli esperti e gli attori interessati. Quasi sempre, visto dall’alto o da una prospettiva parziale, ad esempio dai tecnici, un problema appare tutto sommato semplice e gestibile. Prendiamo l’Anagrafica Nazionale degli Assistiti. Cosa c’è, in fondo, di complesso in un elenco di persone? Perché, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, è così complicato avere un’anagrafe perfettamente funzionante e perché le Regioni e il Ministero della Salute ci stanno mettendo così tanto tempo?

La trama è questa. Poche persone, di norma tecnici ministeriali o di enti centrali, definiscono un obiettivo, il fabbisogno finanziario e fissano una data. Iniziano i lavori che di norma sono supportati da società di consulenza e società IT che non conoscono concretamente l’ambito nel quale devono operare. Si realizza la prima versione che magari è tecnicamente perfetta. A questo punto si coinvolgono le regioni che sono chiamate a collaborare per mettere in esercizio quanto è stato realizzato e qui cominciano i guai. Emergono una serie di casistiche non previste e di eccezioni che impediscono la messa in esercizio, oppure i sistemi che devono interoperare o alimentare la nuova infrastruttura non sono pronti o conformi. Bisogna allora riprendere l’analisi, trovare delle soluzioni che possibilmente non mandino all’aria quanto già fatto, modificare il software. Arriva dunque la prima proroga e poi un’altra quando emergono nuovi problemi e così via.

Il bello però è che non parliamo di un film ma, ormai, di una vera e propria serie TV, con parecchie stagioni. È un andazzo cronico che si ripete ogni volta, commettendo sempre gli stessi errori e provocando sempre le stesse reazioni: sconcerto, sfiducia, rassegnazione.

Possibile che non si riesca a imparare nulla dall’esperienza? Che nessuno rifletta su ciò che accade ed eviti, in futuro, di ripetere gli stessi errori?

Ma cosa accade quando poi ci sono scadenze improrogabili? Qui entra in gioco la creatività italiana, ma di questo parleremo nel prossimo post …

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