
A medici e infermieri viene richiesto di firmare documenti, inserire e validare dati, ossia dedicare parte del loro tempo per far funzionare i sistemi informativi. Ma che cosa ne ricevono in cambio?
Osservando molti progetti sembra che l’essenza della sanità digitale sia di generare dati. C’è molta enfasi e aspettativa sui benefici che questi possono generare anche attraverso l’intelligenza artificiale. “Data is Life“, “Sanità Data Driven“, sono solo alcuni degli slogan che illustrano questi concetti. La digitalizzazione della sanità sembra avere, come obiettivo primario, la generazione e la conservazione di dati clinici, ad esempio il Fascicolo Sanitario Elettronico.
Chi però è chiamato a produrre e validare questi dati sono principalmente medici e infermieri che devono adoperare diversi sistemi informativi per svolgere questo compito. Sono loro i “produttori” di questi dati di cui sono anche, talvolta, “consumatori“. Viene loro richiesto un impegno professionale che incide o, per meglio dire, erode il tempo e l’attenzione per il loro compito principale: curare e assistere i pazienti. Firmare un documento, inserire dei dati che già si conoscono sono delle incombenze che spesso sono vissute come attività burocratiche, estranee alla professione sanitaria. “Devo perdere del tempo” per qualcun altro, accettabile se questi è un collega di reparto, un po’ meno se non lo è, controproducente se magari è qualcuno che deve esaminare questi dati per valutare come lavoro o quanto “produco“. Non ha certamente aiutato questa concezione dell’informatica sanitaria l’approccio che c’è stato fin qui e che ha fatto sì che i flussi dati venissero definiti “debiti informativi“, grave errore di comunicazione ma, più grave ancora, concettuale.
Nel momento in cui pensiamo a un progetto di sanità digitale, la prima domanda che dovremmo porci è quale benefici offriremo agli utenti, a coloro cioè che dovranno adoperare i sistemi che andremo a realizzare. Non dobbiamo genericamente chiederci che vantaggi potrà dare il sistema – ad esempio al SSN o all’azienda sanitaria – ma focalizzarci sugli utenti, cominciando da quelli che saranno maggiormente coinvolti nell’uso. Cosa daremo loro in concreto? Qualcosa che permetterà loro di lavorare meglio, ossia risparmiare tempo, evitare gli errori, consentirgli scelte più efficaci? E a quale costo, dove con questo termine intendo dire principalmente tempo e lavoro? Dobbiamo ragionare in termini di “do ut des“.
Qualsiasi progetto dovrebbe basarsi su un patto chiaro con gli utenti: introduco un nuovo sistema dal quale avrai questi benefici, in cambio dei quali dovrai dedicare parte del tuo tempo. Non posso contare sull’imposizione né dare per scontato l’uso del nuovo sistema se voglio che questo sia “correttamente” e “propriamente” adoperato. Devo fare un bilancio benefici – costi e assicurarmi che sia in attivo. Devo individuare degli obiettivi significativi che siano specifici, misurabili (tangibili), raggiungibili, realistici e definiti nel tempo (per chi fosse interessato può trovare in internet molte informazioni sugli obiettivi SMART). A fronte di questi devo valutare il tempo e il lavoro degli utenti, verificando che questi siano fattibili e sostenibili.
Ma quanti progetti vengono affrontati in questo modo? Come stiamo portando avanti il Fascicolo Sanitario Elettronico o la digitalizzazione dei DEA, tanto per citare due iniziative del PNRR? Lascio a voi la risposta.
P.S. Se volete saperne di più sull’innovazione di valore potete consultare diversi articoli qui. Buona lettura!
